Oltre i Piani di Protezione Civile

I piani regolatori generali comunali (P.R.G.C.) sono lo strumento regolatorio di un territorio e sono stati introdotti in Italia nel 1865. A distanza di oltre 150 anni non tutti i comuni italiani se ne sono dotati e quando lo sono, troppo spesso servono ad assolvere un’incombenza di legge ma non sono pensati per conoscere e gestire davvero il territorio.

I piani regolatori sono incastonati, troppo spesso, allo stato di fatto costituito dalle urbanizzazioni post belliche, selvagge, speculative, spesso in aree inidonee alle costruzioni stesse. Concessioni urbanistiche fantasiose, varianti ai P.R.G.C. in contrasto con le linee guida, uffici urbanistici regionali distratti o in malafede hanno permesso di costruire in luoghi e territori che sicuri non erano e non lo sono.

Urbanisti e architetti si sono troppo spesso piegati alle volontà politico-conniventi per costruire, grazie alle zonizzazioni guidate da interessi specifici e personali, delle valorizzazioni fittizie di terreni e lotti.

Non dobbiamo pensare solo alle attività di “forte lobby” da parte di alcuni cittadini ma per decenni a guidare la penna dell’urbanista sono state le banche, specialmente quelle rurali e locali che avevano in questo modo la possibilità di aumentare di molto la propria capitalizzazione con operazioni altamente speculative. Questo andava a bene a tutti: al privato che ampliava il proprio capitale immobiliare e alla politica che acquisiva consenso e voti.

La totale mancanza di controllo da parte dei sindaci ha, per decenni, trasformato il nostro paese di una sorta di sprawl senza discontinuità. Vincoli paesaggistici, ambientali, architettonici, storico-artistici sono stati strattonati, maltrattati, ignorati. Qualche vigliacco condono “porta voti” ha finito l’opera di legittimazione della distruzione del territorio naturale portando ad un livello antropico inaccettabile moltissime aree.

La mancata pianificazione, lo ripeterò all’infinito, è data dalla colpevole ignoranza dei sindaci che si sono succeduti ed è davanti ai nostri occhi. Golene che sono diventate insediamenti residenziali, mura di aree industriali che ostruiscono il naturale deflusso di fiumi e canali, il tombinamento di fossati per creare improbabili piste ciclabili magari di poche centinaia di metri, costruzioni realizzate in aree soggette da secoli a periodici allagamenti.

Mancata manutenzione dei boschi, del patrimonio forestale, disboscamento selvaggio per far posto a colture a più alto reddito ma che mettono a repentaglio l’ambiente stesso. Questa è la drammatica realtà di aver affidato il pensiero del territorio alle beghe della politica da campanile.

Manca la totale armonizzazione di piani regolatori di comuni contermini, manca una visione completa del territorio.

La documentazione minima di legge richiesta per un piano regolatore comunale, alla quale tutti gli amministratori puntano per simulare una accurata gestione del denaro pubblico, è uno strumento totalmente inattuale, inutilizzabile, inidoneo all’analisi spaziale richiesta dalla complessità dei temi affrontati.

Se passiamo al Piano di Protezione Civile ci troviamo nella stessa identica situazione: documentazione insufficiente per analizzare i fenomeni e un supporto, quello cartaceo o quello digitale che è copia del cartaceo, del tutto inutilizzabile nella realtà.

Non solo i piani dono difficilmente interpretabili dai cittadini ma quando avviene un’emergenza è palese la vetustà dello strumento, del mezzo e dei contenuti.

Dobbiamo passare da un piano regolatore pensato per una riproduzione cartacea con data fissa e sottoposto a periodici aggiornamenti, ad un modello digitale sempre attualizzato, in grado di visualizzare e gestire solo le informazioni che servono in un determinato momento.

Serve un cambio di passo, un salto quantico in grado di portare questi strumenti ad essere riutilizzabili.

Deve essere favorito e incentivato l’uso di contenuti creative common, gli open data, l’uso di software e piattaforme aperte. I dati devono essere aperti, non solo riutilizzabili, si devono usare senza conversioni, devono essere sempre in linea, aggiornati, validati, qualificati.

I piani stessi devono essere redatti utilizzando tecniche predittive con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale ma anche raccolti dati continuamente per avere, attraverso software di deep learning lo stato del territorio, l’identificazione di periodicità, pattern e ricordi.

Dobbiamo poi vestire i dati modo differente a seconda dell’interlocutore.

Dobbiamo cambiare il piano in un modello digitale vivo.

Dalle premesse si comprende che pianificare la sicurezza e la protezione civile non sia facile quando parliamo di territori nei quali sono presenti strumenti urbanistici inidonei, per usare un eufemismo, ma è una attività che va fatta.

Va dato ampio mandato ai civic activist per la raccolta ed il mantenimento delle informazioni, per costruire un modello con dati in real time, mettere insieme fonti diverse e creare una vera collaborazione.

Serve un approccio completo, organico, scientifico e collettivo. Io la chiamo “fare squadra”. Sei pronto per la sfida?

2 comments

  1. È vero. Occorre un “salto quantico”.
    Un collettivo, graduale, costante salto quantico culturale.

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