Prima della pioggia: il tempo della responsabilità, alla ricerca del cerchio imperfetto

Il momento che precede un evento meteorologico è il tempo della previsione e della prevenzione, quello in cui c’è il margine di pre-occuparsi, occuparsi prima, di ciò che sta per accadere sul nostro territorio e nelle nostre città.

Detto in due parole, e al netto di tutte le complicazioni, si tratta di combinare le informazioni predittive che la Fisica è in grado di fornire – con margine di preannuncio variabile da alcuni minuti a qualche giorno, a seconda delle varie tipologie di fenomeni – sugli eventi meteorologici in procinto di interessare il nostro Paese, con la capacità di risposta del sistema preposto a fronteggiarne gli impatti sul territorio, al fine di ridurre più possibile (si auspica sotto soglie di sostenibilità, compatibilmente con l’intensità dei fenomeni e la vulnerabilità del territorio stesso) il rischio che ne consegue. Il tutto, naturalmente, nell’ambito di una precisa catena di ruoli e di responsabilità, a tutti i livelli, a partire dal singolo cittadino, che nel teatro dell’emergenza deve essere primo attore, e non passiva comparsa, nell’ambito del cruciale copione volto alla salvaguardia dei beni della collettività e, a maggior ragione, delle vite umane.

“Al netto delle complicazioni”, si diceva poc’anzi, e proprio l’approfondimento di queste ultime – giacché il conoscere con precisione la tara è dato fondamentale per comprendere e interpretare correttamente il lordo con cui abbiamo a che fare – sarà in qualche modo l’argomento di questo blog. A partire dal tentare di districare le varie questioni su cosa la meteorologia possa prevedere, in quali termini, con quali margini di incertezza, con quali differenze di situazione in situazione, in modo da sgombrare anche il campo da diffusi equivoci e false aspettative, sovente terreno di strumentali e fuorvianti interpretazioni in cui il ruolo della previsione (e della conseguente azione di prevenzione) diventano il capro espiatorio di ben altre colpe e ben altre responsabilità, tipicamente riconducibili all’utilizzo e alla cura del suolo, oltre che – sovente – a un inadeguato livello di consapevolezza del rischio e di conoscenza delle corrette norme di autoprotezione da parte della cittadinanza stessa. E fare chiarezza su questi concetti – spesso e volentieri – passa anche attraverso il rivendicare il rispetto dei canoni di serietà e deontologia professionale nel trattare questi argomenti, ivi compreso il chiamare le cose con il loro nome, perché aveva tremendamente ragione chi ci ha insegnato che le parole sono importanti, e che dietro la distorsione di queste ultime c’è spesso un uso criminale del linguaggio, da combattere e osteggiare senza pietà, se si aspira a fare informazione utile oltre che corretta.

Ma “Before the rain” era anche il titolo di un immortale e struggente film, Leone d’oro al festival di Venezia del 1994, firmato dal regista macedone Milcho Manchevski sullo sfondo delle divisioni e dei conflitti fratricidi e inter-etnici nei paesi balcanici, nel quale l’incrociarsi di tre episodi, fra loro collocati su un piano a-temporale ma al tempo stesso collegati l’un l’altro da espliciti nessi di causa-effetto, creava il paradosso dell’ambiguità fra il “prima” e il “dopo”, componendo una trama circolare imperfetta, incapace dunque di chiudersi se non nell’accettazione del paradosso, quello derivante della scelta consapevole e dal libero arbitrio dell’uomo capace di spezzare il ciclo delle rappresaglie, unica possibile via d’uscita da una spirale altrimenti infinita e senza soluzione di continuità, quella della vendetta e della violenza che scandisce, dalla notte dei tempi, la storia del genere umano.

Nel suo costituire una riflessione sul tema della guerra e del terrore, non è un film che parli di meteorologia o di rischio, ma per rendere efficacemente l’insopportabile ansia del “prima” nel timore del “dopo” (che in quel contesto specifico, all’inizio degli anni novanta, derivava dalla consapevolezza della terrificante escalation di violenza che montava latente e si preparava a scoppiare, di lì a poco, nei paesi balcanici), la scena è interamente dominata dall’atmosfera di angoscia e pesantezza che caratterizza l’incombenza di un temporale, quel clima greve che ne testimonia l’imminenza e ne precede lo scoppio: il senso opprimente dell’aria statica, calda e soffocante, gonfia di umidità e carica di energia compressa che sta ineluttabilmente per liberarsi in maniera incontrollata e deflagrante, lo stillicidio schizofrenico delle mosche impazzite e l’inquietante abbassarsi del volo degli uccelli che chiudono cerchi via via più stretti e più prossimi al suolo, il rapido addensarsi di nubi sempre più imponenti e gravide di pioggia a rendere il cielo plumbeo e pesante, l’irragionevole sovrapporsi fra il crescente grigiore del paesaggio e la contemporanea accentuazione delle tinte e dei contrasti, e poi, a un certo punto, l’improvviso agitarsi delle chiome degli alberi, il rumore sordo del tuono ancora in lontananza, la forte sensazione dell’imminenza di una discontinuità brusca e violenta negli eventi, l’angosciante e solenne aspettare un fenomeno la cui intensità sfugge alle nostre capacità e pretese di dominio e di controllo sugli elementi.

Lungo questa minacciosa catena, interamente accompagnata dal tormento dell’attesa di qualcosa di grave e di potente, l’imperfezione nella circolarità della narrazione costituisce l’unico prezioso anello di speranza, e ci ricorda che tutto ritorna, ma non necessariamente allo stesso modo, e la possibilità di quella via d’uscita dipende da noi, dalle nostre scelte consapevoli e volontarie e dai nostri gesti di rottura, ad impedire l’eterno ricorrere degli avvenimenti, o il loro precipitare. La massima secondo cui “il tempo non muore mai”, che compare a scandire i primi due episodi della pellicola, alla fine del terzo muta in “il tempo non aspetta”, perché la consapevolezza che “sta per piovere” (anzi, “laggiù sta già piovendo”) imprime a quel momento sospeso la responsabilità delle scelte, se si vuole davvero rompere la rotondità del cerchio. La storia può non ripetersi e può non degenerare, ed è ben auspicabile che non si ripeta e non degeneri, se è una storia di lutti e di tragedie.

Quella stessa storia di lacrime e di sciagure che, nel nostro Paese, scandisce impietosamente il ciclico ripetersi delle stagioni, o meglio il ciclico impatto che i fenomeni meteorologici, tipici di ogni periodo dell’anno (ma sempre più spostati a popolare di eventi le code estreme della statistica, in era di cambiamenti climatici, innescati e alimentati dall’uomo nella sua prepotenza verso l’atmosfera), apportano su un territorio, a sua volta, oggetto di secolare violenza, quella condotta a suon di cementificazione dissennata, pianificazione fittizia e condoni edilizi, il tutto sul campo di un altrettanto atavico conflitto, quello fra il lucro e la sostenibilità, attori protagonisti di una impari battaglia nella quale è fin troppo scontato – ne converrete – assegnare i ruoli di Davide e di Golia.

Un pesante copione che, proprio come nel film di Manchevski, sembra tornare a riproporsi circolarmente e immancabilmente a ogni scoppio di temporale, o all’arrivo di ogni perturbazione intensa, eventi la cui imminenza ci sottopone regolarmente a quello stesso carico di angosciante attesa dell’ineluttabile e dell’inevitabile.

O forse no, se vogliamo cogliere il valore del paradosso che rompe la perversa perfezione del cerchio dei disastri, se vogliamo spezzare l’apparente inesorabilità nel riproporsi degli eventi, se vogliamo esercitare il nostro libero arbitrio di attori protagonisti e assumere il ruolo della nostra responsabilità individuale verso noi stessi, verso la collettività di cui facciamo parte e – non ultimo – verso l’ecosistema, se vogliamo rivendicare il poter essere artefici del destino della nostra e delle prossime generazioni, se vogliamo mettere nell’implacabile moto degli ingranaggi di questa gigantesca e distruttiva ruota di dissesto e di squilibrio gli accorti sassolini della prevenzione, del rispetto dell’ambiente e del territorio e della consapevolezza del rischio.

Capite allora che nel titolo che ho scelto per questo blog c’è già molto, se non tutto.

Ma ne riparleremo, strada facendo, con la certezza che la complessità delle risposte è ciò che rende forti e soprattutto reali le soluzioni alle domande, e ricordandoci sempre che non è dalla nobile e perfetta arte di tagliare i diamanti – come diceva un grandissimo – ma dallo sporcarsi le mani concimando la terra a palate di letame, che nascono i fiori. E se questi ultimi vanno sempre lasciati sulla pianta, ciò che va assolutamente colto è piuttosto il momento delle scelte, della consapevolezza e della responsabilità. Perché il tempo non aspetta, e il cerchio non è rotondo, nel momento che precede la pioggia.

@filippothiery

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