Se la notizia virale diventa vera: il baco della mancata verifica dei dati

“Comincio subito a tagliare e ritagliare, incollare e cucire, e mi accorgo che i giornali sono tutti uguali. […] Insomma, un unico, grande giornale” (da “Aprile”, Nanni Moretti, 1998)

 

Ma davvero la settimana scorsa è caduto quasi mezzo metro di neve nel deserto del Sahara?
Beh sarà sicuramente vero, lo si trova scritto su tutti i media del globo, compresi i colossi dell’informazione sia italiana che mondiale, mica saranno degli sprovveduti a far copia-incolla l’uno dell’altro senza premurarsi di compiere una semplice verifica, no?

E invece, neanche a dirlo, questo criterio non sembra funzionare affatto.

E’ davvero sorprendente, quando si tratta di raccontare gli eventi meteorologici e di inquadrare l’eccezionalità o meno di questi ultimi (quindi anche di trarne argomentazioni climatiche), la facilità con cui anche i media più quotati e autorevoli, compresi i più importanti del globo, si prestino sovente a prendere per buoni, e a diffondere al grande pubblico, dati di nessuna affidabilità, compresi quelli tipicamente pescati in giro sul web o sui social, senza preventivamente sottoporli a verifica con i riscontri ufficiali.

Vale la pena sottolineare che questi ultimi, oltre a essere effettuati in maniera oggettiva e rigorosa – a partire dal rispetto degli standard scientifici internazionali – sono anche scevri da forzature indotte da dinamiche di marketing, da meccanismi acchiappa-click a vantaggio dello youtuber o del blogger di turno, da velleità di richiamare attenzione turistica sulla tale località, eccetera eccetera… per cui sono doppiamente garantiti, come fonte ultima a cui riferirsi nel controllo del dato rappresentativo di un evento, di un record, di una statistica, eccetera.

E invece, regolarmente, la “notizia” che rimbalza di agenzia in agenzia (e che le varie testate riprendono e sparano immediatamente in pagina, dando per scontato che una volta sdoganata da altri media sia di per sè veritiera e controllata, altro criterio probabilmente non privo di falle) finisce per essere quella pescata chissà dove, nel migliore dei casi derivante da stime approssimative o dalla prima voce raccolta sul posto, quando non volutamente gonfiata ad arte da chi vuole far credere di essere stato testimone del “nubifragio del secolo”, o vuole dare una mano al sindaco del proprio comune nella promozione turistica del luogo spacciandolo come “il più nevoso del mondo”, e così via.
A volte, addirittura, i numeri sparati nei titoli e negli articoli sono in palese contraddizione con le immagini che accompagnano il pezzo, per cui basterebbe guardare con un minimo di attenzione queste ultime per accorgersi della bufala, senza neanche bisogno di provedere a verifiche più approfondite.

E’ appunto questo il caso (solo l’esempio più recente, fra tanti) della nevicata del  7 gennaio scorso sulle dune di montagna nel tratto algerino della catena dell’Atlante, per la precisione lungo le propaggini meridionali di quest’ultima, nella zona circostante la località di Ain Séfra, chiamata “la porta del Sahara” proprio perché si tratta degli ultimi avamposti montuosi, prima che l’orografia degradi verso il grande deserto.

Al di là della collocazione geografica a dir poco fuorviante suggerita da molti titoli (leggendo “neve nel deserto”, “il deserto ricoperto di neve” o simili, uno è portato a pensare alla piena scena sahariana, quando invece si tratta di un evento che ha interessato rilievi montuosi fra i 1200 e i 2000 metri di quota), addentrandosi nel contenuto dei vari articoli salta agli occhi, soprattutto, la leggerezza con cui è stato preso per buono da tutti (ma proprio da tutti) il presunto dato di “40 cm di neve” (diffuso inizialmente vai sa sapere da chi, ma rilanciato davvero ovunque nel mondo, comprese le agenzie e i quotidiani italiani), quando le stesse immagini diffuse dai media nostrani e internazionali (e tutte le altre che è facile reperire sui social , vedi anche qui, qui e ancora qui) autorizzano a ipotizzare una spolverata inferiore al centimetro (rimasta a terra poche ore) sulle dune che si trovano a cavallo di quota 1000 m, e una nevicata di qualche centimetro (ancora visibile il giorno seguente) sui circostanti rilievi più alti, non certamente di quasi mezzo metro.

E infatti, una banale verifica presso il servizio meteorologico algerino, che mi sono preso la briga di effettuare per voi, porta facilmente a concludere che i quaranta centimetri di cui sopra – che in quella zona avrebbero rappresentato un evento clamoroso dalle proporzioni a dir poco epocali – avevano quantomeno uno zero di troppo, e vanno quindi divisi per dieci… e allora quanto avvenuto da quelle parti, nel giorno successivo all’Epifania, va ricondotto a un fenomeno non così eccezionale, a dispetto della latitudine, trattandosi di un’onesta spolverata in pieno inverno a quote di montagna, evento che – pur non non capitando tutti gli anni e al netto dell’innegabile fascino di quelle immagini delle dune imbiancate – rientra serenamente nella climatologia locale, cioè nel ventaglio della fenomenologia che è lecito aspettarsi possa capitare, almeno ogni tanto, in questa stagione e in quella località (tant’è che essa risulta imbiancata anche nell’inverno del 2005, del 2012 e del 2016, tanto per limitarci all’ultima dozzina di anni, come dire che nevica più in quell’angolo montuoso di Algeria che a Roma). E allora, ecco che alcuni titoli o sottotitoli, come “meteo impazzito” o “clima pazzo” (neanche stessimo parlando di una tempesta di neve ad Algeri o a Tripoli, magari in piena estate), che si sono letti in giro a corredo di questa notizia, possono essere serenamente catalogati nel novero dell’informazione spazzatura.

immagine composta dalla NASA riportando su un modello digitale del terreno i dati rilevati l’8 gennaio 2018 dal satellite Landsat 8 nella zona di Ain Sefra, nel sud-ovest algerino, a mostrare l’effettiva copertura nevosa al suolo

 

Dalle nostre parti, tre anni fa, fece letteralmente scalpore il presunto record mondiale di neve in 24 ore sbandierato (e conteso) da un paio di località dell’Appennino abruzzese e molisano – luoghi peraltro meravigliosi, che non hanno bisogno di diffondere dati farlocchi, per valorizzare il patrimonio naturalistico ed ambientale delle proprie montagne – a suon di dati a dir poco gonfiati (l’ottantina di cm effettivamente caduti erano stati sostanzialmente triplicati, supportando la “notizia” di quei presunti due metri e mezzo con fotografie scattate laddove sia il forte vento, che la pala meccanica dei mezzi spalaneve, avevano ammassato la coltre nevosa a bordo strada!), creando la notizia del presunto primato mondiale che fu capace di diventare rapidamente virale e di guadagnare la ribalta della cronache planetarie, finendo – incredibile ma vero – in grande evidenza sulla BBC e sulla CNN.

Una mossa sicuramente vincente dal punto di vista del marketing (provateci voi, a portare il nome di piccoli comuni appenninici a campeggiare nei titoli dei colossi dell’informazione mondiale), ma assolutamente disastrosa dal punto di vista della correttezza di informazione e della credibilità di quest’ultima, nonché capace di aprire grossi interrogativi sull’affidabilità delle cronache giornalistiche e sulla leggerezza con cui queste ultime sono mandate in pagina. Anche in quel caso, infatti, sarebbe bastato un rapido controllo con i dati rilevati dagli enti ufficiali (nello specifico la stazione nivologica gestita dal Corpo Forestale dello Stato), per ricondurre la notizia alle sue reali dimensioni.

Non scopro certamente io, intendiamoci, i meccanismi fuori controllo (eufemismo) della viralità esplosa nell’era del 2.0, ma ammetto di provare ancora molta sorpresa nel vedere quanto siano flebili i confini fra quest’ultima e l’informazione giornalistica professionale, quanto quest’ultima possa incorrere nelle stesse identiche dinamiche della prima e farsi quindi primo veicolo delle bufale, e quanto facilmente un dato fasullo (che sia stato superficialmente stimato e/o erroneamente riportato, o piuttosto volutamente inventato ad hoc da qualche buontempone)  possa diventare una notizia accreditata dalle più grandi agenzie di stampa, ed essere conseguentemente preso come veritiero da milioni di persone, senza essere filtrato da alcun processo di verifica e controllo. La Scienza è una cosa seria, e a maggior ragione quella che riguarda il Clima – di questi tempi – non merita di essere trattata con questa faciloneria.

@filippothiery

2 comments

  1. Certo che succede tutti gli anni di avere neve a quelle quote. Le temperature erano fra i 20 gradi del nord e i 30 del sud a bassa quota in Algeria in quei giorni, quindi nemmeno un decimo di grado sottomedia.
    I soliti criminali che diffondono spazzatura pagati per farlo. Mettiamo pure i puntini sulle i senza timore di farlo.

    1. In questo caso (e in tanti altri) non credo ci siano “criminali pagati per diffondere spazzatura”. Sono più propenso a pensare a mera sciatteria e banale superficialità. Il che non è detto che sia meglio, anzi, giacché la diffusione e la frequenza di questo tipo di pressapochismi giornalistici arreca danni irreparabili alla cultura di massa.

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