Cerco l’estate tutto l’anno, e all’improvviso eccola qua (con tutti i suoi rischi)

La stagione estiva è quella in cui, fisiologicamente, si alzano macroscopicamente i valori di due delle tre variabili che compaiono, a moltiplicarsi fra loro, nella nota formula del Rischio, rendendo quindi quest’ultimo particolarmente spiccato.

Da un lato, almeno nelle giornate in cui l’atmosfera ci riservi condizioni favorevoli all’innesco di fasi o sbuffi di instabilità, è il periodo per antonomasia delle manifestazioni temporalesche più intense, in conseguenza delle quali aumenta drasticamente la P, cioè il Pericolo connesso a tali fenomeni, sia in termini di fulmini che si abbattono al suolo che di precipitazioni a carattere di forte rovescio, quando non di nubifragio, notoriamente capaci di impattare bruscamente e improvvisamente sulla vulnerabilità del nostro territorio, tanto negli ambiti urbani quanto in quelli naturali; dall’altro lato, è anche il periodo dell’anno in cui si concentrano le attività vacanziere all’aria aperta di milioni di persone, e quindi si alza enormemente la E, cioè l’Esposizione al pericolo di cui sopra in termini di vite umane, ben sapendo che qualsiasi luogo dotato di particolari attrattive (paesaggistiche, escursionistiche, balneari, alpinistiche), tipicamente, è anche disseminato di insidie e situazioni potenzialmente pericolose, da quelle che sono tali sempre e comunque, a quelle – la maggioranza – che lo diventano soprattutto in certe condizioni meteorologiche.

E allora, in un blog intitolato “Prima della pioggia”, a richiamare esplicitamente l’idea di pre-occuparsi, occuparsi prima, di ciò che può accadere in conseguenza di un evento meteorologico, mai come in questo periodo sorge il dilemma su cosa si possa fare, per evitare di ritrovarsi, a fine estate, con il consueto bilancio di tragedie consumate lungo spiagge, creste montuose e torrenti (ma anche strade e abitazioni), quasi sempre in contesti il cui scenario di rischio era più che conclamato, al netto della tipica caratteristica di rapidità di sviluppo (e impossibile predicibilità nelle esatte localizzazioni e tempistiche) dei fenomeni meteorologici capaci di innescarli; proprio quest’ultimo connotato costituisce, evidentemente, il punto più delicato della questione, affrontabile solo puntando sull’aspetto culturale, di consapevolezza e di presa di coscienza a priori, per sopperire all’esiguità del tempo utile a mettersi in sicurezza, quando il pericolo diventi conclamato e ci si ritrovi ad affrontarne improvvisamente (e, a quel punto, tardivamente) gli impatti.

Lasciando qui da parte il dibattito, nel quale non è mio compito né competenza entrare, su permessi e divieti (cioè quali attività, e in quali situazioni, vadano in qualche regolamentate o in certe condizioni proibite, ammesso e non concesso poi che sia possibile farlo ovunque e su tutto, e quali invece demandate alla coscienza e all’accortezza del singolo cittadino), mi interessa invece affrontare l’aspetto legato all’opportunità di comunicare chiaramente, e quindi rimandare con forza e senza alibi alla responsabilità individuale, le situazioni di potenziale pericolo connesse ai temporali, e gli scenari di rischio ad essi associati.
Alla ricerca di punti fermi a cui ancorare qualche paletto su questa problematica non banale, sono approdato alle fondamenta della lingua italiana e quindi della comunicazione, perché chi se non Padre Dante, poteva averci ben instradato in tema di comunicazione del rischio.

Infatti il Poeta, a scanso di equivoci (non sia mai che qualcuno varchi la soglia dell’Inferno pensando di essere ai giardinetti comunali, ce n’è al mondo di gente sprovveduta e oltremodo sconsiderata), vi piazza un bel cartello, al sommo di una porta, e pure bello esplicito oltre che di colore oscuro, per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore – non è che ve la manda a dire – e lasciate ogni speranza, voi ch’entrate, se proprio il concetto di quelle parole non era sufficientemente forte.
Maestro il senso lor m’è duro, e lo credo bene, è stato messo lì apposta per metterti in guardia e incuterti timore, quel cartello, mica per tranquillizzarti. Le campagne di comunicazione all’acqua di rose lasciamole alle pubblicità commerciali, quattro giga gratis e chiamate illimitate, con lo sfondo di un jingle di successo, ma qui si parla della vita umana, non di offerte telefoniche per chiacchiere e messaggini, per cui ve lo scrivo chiaro e tondo che oltre quella soglia vi troverete a giocare col fuoco (sennò che Inferno sarebbe), e adesso provate a dire che non avevate capito, o non lo sapevate.
Dopodiché prego, è aperto, non dovete neanche bussare, figuriamoci se Satana si formalizza sui convenevoli, però ragazzi a quel punto lo fate conoscendo (prima parola chiave) le caratteristiche del luogo che vi accingete a frequentare, consapevoli (seconda parola chiave) delle situazioni di pericolo che vi si possono presentare e delle relative accortezze che è buona norma adottare, e – non ultimo – coscienti di procedere sotto la vostra esclusiva responsabilità (terza parola chiave).
Conoscenza, consapevolezza e responsabilità individuale. Ecco, come capita in tanti altri ambiti, sarebbe ottima cosa ripartire dalla Divina Commedia, dall’incipit del terzo canto della prima Cantica, per la precisione.

Per cui, in primo luogo, facciamo come Dante, non facciamoci delle remore nel piazzare nei punti opportuni – come può essere l’imbocco di un percorso torrentizio sul fondo di una gola, pronto a subire un brusco evento di piena in caso di rovesci, o una via ferrata su una lunga e affilata cresta montuosa, senza vie di fughe intermedie per riparare a valle in caso di fulmini – un bel cartello che – a costo di sembrare un po’ forte – non la mandi a dire: “in caso di temporali pericolo di morte – procedete a vostro rischio!”… e poi, ci mancherebbe, parliamo anche di tutto il resto, dai provvedimenti restrittivi che si possono adottare in questo o quel caso, alle possibilità offerte dalla tecnologia, compresa quella che portiamo sempre con noi (ma attenzione alla percezione di falsa sicurezza che deriva da quest’ultima, primo perché non tutti i fenomeni avversi, a partire proprio dai temporali, sono sempre identificabili in anticipo, per cui non possiamo aspettaci una notifica ad annunciare qualsiasi evento si stia per scatenare sulla nostra testa… secondo perché nel momento dell’emergenza posso anche usare il cellulare per chiamare l’elicottero dei soccorsi, ma serve a poco, se di lì a due minuti la piena mi trascina via o il fulmine mi colpisce).

Magari parliamone, punto non banale, cercando di sgombrare senza indugio il campo dalle false soluzioni e dai piazzisti di prodotti mirabolanti, perché leggendo i giornali, il web e i social dopo ogni tragedia, sembra di essere a una televendita: ce n’è davvero di che aumentare la popolazione dell’ottavo cerchio, il penultimo dell’imbuto infernale, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge. E decidete voi in quale delle dieci bolge scaraventarli, questi venditori di pentole senza coperchio (a proposito di diavolo) e di aspirapolvere taroccati, scegliendo – mi permetto di suggerire – fra i consiglieri fraudolenti, gli ipocriti, i barattieri e i falsari.

E oltre all’opportuna segnaletica sul posto, permettetemi di sognare un Paese in cui le tematiche del rischio meteorologico e idrogeologico vengano anche trattate a tappeto nei palinsesti, a partire dal trasmettere su tutti i canali nazionali una serie di spot efficaci e di forte impatto emotivo, con slogan capaci di segnare nel profondo l’immaginario collettivo, esattamente come è stato fatto, nel corso degli anni, con le Pubblicità Progresso e le altre campagne istituzionali di comunicazione sulla sicurezza stradale, sulla prevenzione del contagio dell’HIV, sui danni del fumo, sulla donazione del sangue o degli organi, sulle denuncia delle violenze, eccetera, ottenendo risultati enormi nel far passare questi messaggi ai cittadini e nel cambiare in meglio i loro comportamenti.

Per esempio, parlando del fenomeno meteorologico che nel nostro Paese gioca un ruolo tristemente principe, come forzante delle situazioni in cui la gente perde o rischia regolarmente la pelle, cioè proprio i temporali… sarebbe troppo chiedere che, specie durante la stagione estiva, una grafica come quella qui sotto venga ripetutamente mandata in onda nei telegiornali e pubblicata sui quotidiani, magari al posto delle geniali avvertenze sul “mangiate frutta fresca, bevete tanta acqua, vestitevi con abiti leggeri di colore chiaro e non uscite nelle ore più calde”, visto che queste ultime direi che – vivaddio – ormai le abbiamo memorizzate? E già che ci siamo, anche trovare un capitolo giusto per metterla in evidenza sui libri di scuola, perché no.

Lo so cosa state pensando, il messaggio messo così è un po’ duro, per non dire traumatizzante… ma anche molti slogan delle campagne di cui sopra sugli altri rischi per la salute umana, giustamente, sono stati concepiti così apposta, per colpire e lasciare il segno, con toni proporzionati alla posta in gioco, tremendamente alta… e anche il cartello “pericolo di morte” o “chi tocca i cavi muore” accanto alle cabine e ai tralicci dell’alta tensione, con tanto di disegno del teschio o di simbolo della scarica che trafigge l’omino, direi che un po’ forte lo è… però è doveroso che ci sia, a segnalare il pericolo, e nessuno verrebbe in mente di contestarne l’eccessiva gravità, proprio perché il messaggio deve essere chiaro e preciso, e pericolo di morte, che piaccia o meno, non si può dire in un altro modo. E in certe condizioni, sfidare un temporale non è meno pericoloso di arrampicarsi su quel traliccio e andarsi a dondolare fra i suoi cavi, garantito.
Dopodiché, con lo stesso approccio, magari pensiamo anche alla versione autunnale su frane e alluvioni e quella invernale su neve e valanghe, poi a quella per venti e mareggiate, perché le pagine di cronaca ci raccontano regolarmente che di disseminare l’Italia di queste avvertenze… ce n’è maledettamente bisogno.

Ma restando sul tema specifico dei temporali, il punto assolutamente peculiare di questi fenomeni da mettere a fuoco è il loro basso livello di predicibilità: in particolare, più l’attività temporalesca si esplica in modo localizzato (ma non per questo non intenso, anzi tipicamente i fenomeni isolati possono essere anche violenti, come nella foto qui sopra), e più sfugge a una previsione deterministica, nel senso che meno è possibile sapere in anticipo dove e a che ora esattamente si verificherà e con quale intensità, e dove invece  – a distanza di pochissimi km – pioverà poco o per niente… in queste situazioni, quindi, è impensabile pensare di chiudere in anticipo l’accesso a qualsiasi strada, qualsiasi ponte, qualsiasi sottopassaggio, qualsiasi seminterrato, qualsiasi torrente, qualsiasi sentiero escursionistico o alpinistico, qualsiasi impianto di risalita, eccetera eccetera nell’ambito del territorio che (come probabilità areale) si ritiene possa essere interessato dai fenomeni, e allora diventa ancor più discriminante del solito, in corso d’evento, la responsabilità dei singoli cittadini e delle singole persone che si trovano a gestire capillarmente le attività locali, come quelle turistiche.

Deve essere allora particolarmente chiaro che, in caso di fulmini e/o forti piogge, ci sono alcuni luoghi estremamente pericolosi, da fuggire come la peste, già nel momento in cui il cielo inizia a farsi cupo, a maggior ragione poi se lo si sente brontolare, foss’anche in lontananza: in questi casi, bisogna semplicemente evitare di avvicinarsi a quei posti, e cambiare i programmi della propria giornata, nel peggiore dei casi darsela a gambe (nel modo più sicuro possibile) se ci troviamo già lì o nelle prossimità, a prescindere dall’esistenza o meno di qualsiasi codice o messaggio di allerta.

Perché a quel punto, scusate la banalità ma non sempre questo concetto risulta assodato, il temporale se ne infischia altamente del fatto se fosse ben previsto o meno, o se era stato trattato in codice verde o giallo o arancione, o se ce non lo aspettavamo in quella provincia o regione ma in quella a fianco: i fulmini ci fanno arrosto, e i rovesci innescano frane, smottamenti o piene improvvise, indipendentemente dal fatto se il fenomeno fosse ben delineabile in anticipo o no. Se arriviamo a un incrocio e il semaforo per noi segna il verde, ma vediamo qualcuno passare col rosso dall’altra parte e quindi attraversare la nostra potenziale traiettoria, schiacciamo il freno anche se è verde… oppure passiamo lo stesso, noncuranti dell’imprevisto?

Per cui, quando si frequentano certi posti, bisogna innanzitutto controllare in anticipo le previsioni e farne buon uso in sede di pianificazione delle proprie giornate, certamente, ma poi bisogna stare sempre e comunque in campana, osservando costantemente il cielo e prendendo rapidamente decisioni di conseguenza, tenendo ben presente che la certezza assoluta del fenomeno violento non l’avremo mai, se non quando sarà troppo tardi per fuggire: bisogna agire d’anticipo, cogliendo i segnali precursori che il cielo ci mette a disposizione, secondo il principio di cautela, dopodiché chi se ne importa se rinunciamo alla vetta o al bagno al mare, e poi a posteriori scopriamo che il temporale si è scaricato nella valle o sulla spiaggia a fianco e la prudenza alla fine si è rivelata eccessiva, giacché la posta in gioco era, né più né meno, la nostra vita, e la prossima volta quella stessa prudenza ci potrebbe salvare la pelle.

Intendiamoci, le previsioni dei meteorologi e le conseguenti allerte sono un elemento assolutamente cruciale, a partire dal fatto che l’emissione di un determinato codice di allerta tiene le componenti e le strutture operative del servizio della protezione civile (a partire da quelle degli enti locali) in uno stato particolarmente vigile, cioè in grado di intervenire ancor più rapidamente e massicciamente del solito, in soccorso di chi si dovesse trovare nei guai, per esempio attivando delle reperibilità, lasciando l’organico a pieno regime anche se è un giorno festivo, tenendo i mezzi pronti in strada, dispiegando questi ultimi in numero aggiuntivo… insomma si sta più pronti del solito, per guadagnare quei classici minuti in grado di fare la differenza fra la vita e la morte, nell’intervenire in soccorso di chi si trovi nei guai. E infatti, l’attivazione preventiva di questo stato di attenzione del sistema, grazie ai codici di allerta minuziosamente modulati giorno per giorno sulla base delle previsioni e delle valutazioni emesse dai Centri Funzionali, insieme alla professionalità (quando non all’eroismo, fatemelo dire) delle persone che poi intervengono operativamente sul campo, salvano regolarmente frotte di vite umane (tipicamente nel silenzio mediatico, perché la mancata tragedia non fa notizia).

Ma è sempre meglio evitare di trovarcisi, in condizioni di essere quelli che hanno bisogno dei soccorsi, anche perché in molte di queste situazioni, per esempio quando un fulmine si abbatte su una vetta o su una spiaggia, o quando la piena di un torrente di montagna corre da monte verso valle nell’arco di pochi minuti, neanche il più virtuoso sistema dei soccorsi (foss’anche affidato a Goldrake o Mazinga) arriverebbe in tempo a salvarci la vita, questo bisogna che sia chiaro.
Per cui il primo ingrediente, nella ricetta della prevenzione di questo tipo di rischio, è insegnare alla gente a cogliere i segnali del cielo e del tempo che cambia, a collegarli ai pericoli di una serie di situazioni (di cui è letteralmente disseminata l’Italia) e a tradurli in prontezza di scelte e decisioni (a costo di fare delle rinunce, o di sopportare qualche disagio) che possono fare letteralmente la differenza fra la vita e la morte, per noi stessi e per le persone di cui abbiamo la responsabilità (anziani, bambini).

A partire dal trasmettere un paio di concetti che, in un paese dalla morfologia come il nostro, si dovrebbero studiare fin dalla scuola materna: primo, che durante un temporale i luoghi come le spiagge, le rive dei laghi e le creste o vette montuose sono il posto più conclamato in cui si fa da bersaglio ai fulmini, secondo che quando piove forte, i corsi d’acqua a regime torrentizio possono andare in piena in modo brusco, improvviso e impetuoso, anche se magari è piovuto solo sul tratto a monte, mentre sulla nostra testa non è caduta una goccia d’acqua (ecco perché se sentiamo tuonare o vediamo nero anche in lontananza, è comunque prudente stare in campana!), però la piena, una volta che è partita a monte, arriva da noi in pochi minuti senza preavviso, e trascina via tutto.

Ricordiamocelo, perché anche quando il pomeriggio è troppo azzurro e lungo, a tramutarsi bruscamente in nero e breve – maledettamente troppo breve – ci vuole davvero poco, soprattutto in questa stagione.

2 comments

  1. 90 minuti di applausi te li meriti tutti!
    Sono pienamente d’accordo con te per gli spot stile pubblicità progresso da trasmettere in tv al posto dei promo del GF (per fare un esempio…)
    👍🏻👍🏻👍🏻

  2. Pienamente d’accordo sul contenuto e sull’ opportunità di diffondere la cultura della sicurezza e quindi anche della meteorologia fin dalle elementari. Complimenti Filippo, è sempre un piacere leggerti. Buona estate!

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