La forza della gravità

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Everybody wants to save Earth; nobody wants to help Mom do the dishes. Patrick Jake O’Rourke
Ripercorrere il filo delle notizie che si sono susseguite in questi primi diciassette giorni di agosto è un’esperienza violenta, gravità un aggettivo calzante.

L’intreccio tra eventi naturali, eventi accaduti a causa dell’uomo ed eventi trasformati in disastri per via dell’uomo appare alquanto deprimente. Tralasciando le decine di incidenti stradali, domestici e simili che costellano il panorama della cronaca locale e nazionale, le ultime due settimane sono state tristemente costellate da:
2 agosto | una nuova missione per i Canadair italiani nel contesto del Meccanismo di Protezione Civile Europeo. Dopo Svezia e Grecia, saranno rischierati in Portogallo per combattere gli incendi boschivi
5 agosto | una nuova scossa di terremoto (6.9) in Indonesia, a pochi giorni dal primo devastante evento (29 luglio, 6.4)
6 agosto | un incidente stradale sulla A14, all’altezza di Borgo Panigale, con violenta esplosione, distruzione di un viadotto e danni nell’area urbana circostante
7 agosto | una frana a Planpincieux (Valle d’Aosta)
9 agosto, forti piogge hanno colpito alcune aree della Francia, provocando ingenti danni. Esondato il fiume Ardèche
14 agosto, crolla un tratto del ponte Morandi a Genova intorno all’ora di pranzo. Scossa di terremoto (4.7) in Molise intorno all’ora di cena
16 agosto, nuova scossa di terremoto in Molise (5.1), chiuso il viadotto del Liscone
Una successione di una gravità feroce, da far passare il sonno. Una serie di eventi che ha un filo conduttore ben distinguibile: noi.
Al termine di queste due settimane, aspettando il maltempo autunnale e le varie #emergenzaneve invernali, quali lezioni possiamo imparare?
Eventi disastrosi di ogni genere ci ricordano, periodicamente, che l’umanità ed i suoi progressi hanno dei limiti. Per quanto possiamo illuderci di aver spinto in avanti tali limiti, continuiamo a non porci le domande giuste, a non imparare le lezioni che, tanto dolorosamente, ci vengono impartite.
Mancanza di una prospettiva a lungo termine, incapacità di avere cura dei dettagli, de-responsabilizzazione rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto, esternalizzazione della colpa. Viviamo in un paese ancorato, dal punto di vista infrastrutturale, a quanto è stato pensato e realizzato nella prima metà del ‘900, quando neppure i più ottimisti e lungimiranti avrebbero potuto prevedere che tutti avremmo avuto il bisogno di un’automobile, che le merci avrebbero viaggiato principalmente su gomma con volumi tanto elevati. L’illusione del progresso ci porta a non considerare che ogni salto in avanti ha un prezzo (calcestruzzo eterno e immutabile, amianto copertura ideale per i tetti, DDT per un’agricoltura rigogliosa, energia nucleare pulita e sicura) la cui gravità è difficilmente prevedibile.
Percorrere un ponte, attraversare una galleria, solcare i mari a bordo di una nave oppure i cieli a bordo di un aeroplano sono alcune delle attività accomunate dal salto di fede o di fiducia che riponiamo in chi ha pensato, progettato, costruito e gestisce quell’infrastruttura o quel mezzo di trasporto.
Ogni volta che saliamo verso l’alto, dovremmo avere più considerazione di quanto breve e violento potrebbe essere l’attimo che ci riporterà a terra. La gravità non perdona e noi ci dimostriamo spesso non all’altezza della sfida.
In una recente intervista su La Repubblica, l’architetto genovese Renzo Piano afferma che i ponti non crollano per fatalità. Io credo ci siano un sacco di cose che con la fatalità hanno poco a  che fare. Purtroppo succede che queste supposte fatalità inghiottano le vite di chi si trovava nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
Il termine resilienza suona vuoto e vacuo in Italia. Non è solo una questione tecnica, di mezzi, formazione, patacche e annunci: è una questione culturale e la stiamo affrontando nel peggior modo possibile.
Abbiamo costruito un mondo così fragile da dover avere paura di noi stessi, delle nostre opere e della pioggia. Tanta paura della pioggia, attirata a terra dalla forza di gravità e che riempie i fiumi che esondano, consuma il calcestruzzo, mette in crisi l’ingenua certezza che la tecnologia renda la vita più facile e sicura. Ho perduto il conto delle sparate e degli annunci che si sono susseguiti a Genova, in Molise, in Piemonte, in Lombardia e nel resto d’Italia.
Se volessi dare retta a tutti, tra cinque mesi vivremmo nel paese delle meraviglie.

Tra cinque mesi invece sarà  metà gennaio, un altro inverno, ancora maltempo, ancora emergenze.

Saremo stati in grado di imparare qualcosa?
Illuminatemi con i vostri commenti.

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