La Notte Europea dei Ricercatori

Lo stand INGV a Lucca per la Notte Europea dei Ricercatori (foto tratta dal profilo Twitter di @IMTLucca)

Venerdì 29 settembre si è svolta in molte città europee la Notte dei Ricercatori. Questa iniziativa si svolge da diversi anni e nel 2017 hanno partecipato oltre 300 città di 30 nazioni.

Lo scopo è quello di aprire i laboratori scientifici alla popolazione o di riempire le piazze con attività, esperimenti, giochi e mostrare in cosa consiste la ricerca scientifica, quali sono le applicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni o per il miglioramento della stessa. Per fare un esempio banale, sappiamo tutti come Internet sia nata nei laboratori di ricerca per favorire lo scambio di informazioni e dei risultati degli esperimenti tra scienziati sparsi in tutto il mondo e poi sia diventata la più grossa rivoluzione della nostra vita degli ultimi decenni, senza la quale, tra l’altro, io non sarei qui a scrivere questo post.

E’ anche un’occasione per fare divulgazione, per spiegare con parole semplici e con dimostrazioni concetti che altrimenti rischierebbero di rimanere incomprensibili, per capire quanto il messaggio di chi si occupa della disseminazione dei risultati della ricerca sia efficace.

Anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) partecipa con convinzione e promuove molte iniziative nelle città in cui si trovano le sue sedi. Le discipline di cui si occupa INGV sono inoltre relative a fenomeni che hanno un forte impatto sul territorio, che però può essere mitigato con la prevenzione e con l’adozione di comportamenti corretti e virtuosi da parte di chi si trovi coinvolto; per questo motivo può capitare di parlare di sorveglianza sismica ma anche di cosa fare quando si avverte un terremoto.

Personalmente ho partecipato all’iniziativa che la sezione di Pisa di INGV ha organizzato a Lucca per la parte dei terremoti (mentre a Pisa sono “scesi in piazza” i colleghi vulcanologi e quelli che si occupano di ambiente e clima). La scelta di Lucca è stata dettata sia dell’esigenza di far conoscere quello che facciamo in una città dove l’istituto non è presente, sia dal fatto che in provincia di Lucca si trova una delle aree più sismiche dell’Appennino settentrionale (il terremoto della Garfagnana del 7 settembre 1920 ha avuto una magnitudo pari a 6.5, come quella dell’evento del 30 ottobre 2016 a Norcia). Come in tutte le piazze d’Italia, anche a Lucca è stato un successo di pubblico; tantissime persone hanno visitato gli stand degli Enti presenti fino all’ora di chiusura e qualcuno si è trattenuto anche oltre.

Qual è stato il risultato dell’iniziativa? Abbiamo avuto la possibilità di parlare direttamente con le persone della nostra attività di ricerca, spiegare anche quali e quante cose ancora non riusciamo a comprendere e spiegare. Ma riusciamo anche a capire su quali concetti ci sono le richieste maggiori di chiarimenti, segno che evidentemente non siamo poi così bravi a spiegarli, e da questo scambio possiamo capire quali siano la parole giuste da usare.

Ci sono alcune domande classiche che ci vengono rivolte in questi casi, come quelle relative alla differenza tra scala Mercalli e scala Richter, tra le diverse magnitudo (e perché diano valori diverse), quali sono le zone più sismiche in Italia, perché in Sardegna non ci sono terremoti (anche se non è del tutto vero). Sempre più spesso, però, ci vengono rivolte domande sulla sicurezza sismica degli edifici: a chi far valutare se la mia casa è sicura? Chi deve assicurare la sicurezza delle scuole? Quanto costa adeguare un edificio?

In qualche modo è il segno che finalmente anche in Italia comincia piano piano a farsi largo il concetto di prevenzione (per quanto non sappiamo quanto diffuso), qualcosa da mettere in pratica prima del prossimo terremoto e che deve partire da ognuno di noi.

C’è poi un’ulteriore osservazione che, dopo tanti incontri di questo tipo, voglio riportare: ogni volta si presenta qualche persona, ormai anziana, che ci racconta di aver prestato opera da volontario in occasione dei terremoti del Friuli del 1976 o dell’Irpinia del 1980. Dai loro racconti emergono particolari di quelle esperienze poco noti a chi non vi ha partecipato per ragioni anagrafiche. Il racconto dalla loro viva voce, per fare un esempio, di quanto i radioamatori siano stati fondamentali per le comunicazioni in tempi in cui non esistevano i telefoni cellulari oppure delle difficoltà ad operare in situazioni così complesse e drammatiche sono sempre emozionanti. Fanno però capire chiaramente che il mondo del volontariato in Italia è da tempo una certezza su cui poter fare affidamento ogni qualvolta si verifichi una calamità (e sappiamo quanto spesso accade in un territorio vulnerabile come il nostro).

@CarloMeletti

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