Io Non Rischio e Shake Out, due esperienze a confronto

Tra pochi giorni torna per la settima edizione Io Non Rischio. Sabato 14 ottobre le piazze delle 107 città capoluogo di provincia vedranno la presenza dei gazebo informativi sul rischio terremoti, maremoti e alluvioni. L’iniziativa è promossa dal Dipartimento della Protezione Civile insieme a INGV, ANPAS, ReLUIS, oltre ad altri partner e a un gran numero di associazioni di volontariato.

Quest’anno è stato modificato il formato tradizionale. Se finora le piazze erano a livello comunale e dedicate ai rischi presenti sul territorio, quest’anno le associazioni convergeranno sul capoluogo di provincia, con allestimenti che saranno generalmente diffusi nelle piazze del centro storico, e presenteranno tutti e 3 i rischi di cui si occupa la campagna.

I motivi sono in parte legati al lungo periodo di emergenza seguito al terremoto in Italia centrale del 2016, che ha coinvolto non solo DPC ma anche molte associazioni di volontari. Il carattere ‘diffuso’ della campagna resta un punto centrale, pur se la crescita esponenziale delle associazioni partecipanti rende sempre più complessa la sua organizzazione: per questo per il 2017 i promotori hanno pensato di realizzare un’edizione speciale, per esplorare altre modalità organizzative, con un forte coinvolgimento di Regioni e amministrazioni locali.

Non voglio però parlare di Io Non Rischio per promuovere l’evento. E’ in corso una campagna promozionale in televisione, sui giornali e sui social media molto intensa. Chi volesse partecipare trova sul sito iononrischio.it tutte le informazioni sulle piazze e sulle attività che saranno svolte.

Voglio invece affrontare un altro aspetto. Infatti pochi giorni dopo, il 19 ottobre, si terrà anche la manifestazione Shake Out, una iniziativa promossa da molti istituzioni statunitensi, a partire da FEMA (Federal Emergency Management Agency) e USGS (United States Geological Survey). Lo scopo è quello di preparare la popolazione a reagire velocemente e con un comportamento corretto ad un terremoto. Da evento solo degli USA, da alcuni anni si sta estendendo a diversi paesi di vari continenti. Nel 2016 si sono registrati alla campagna oltre 21 milioni di cittadini negli Stati Uniti e oltre 55 milioni in tutto il mondo.

I 3 passi da eseguire durante l’evento Shake Out (dal sito www.shakeout.org)

Sono due iniziative analoghe, ma anche molto diverse. Analoghe perché entrambe si prefiggono di preparare le persone al terremoto (Io Non Rischio in realtà riguarda altri 2 rischi, e in prospettiva tutti i rischi naturali). Diverse per quanto riguarda strategie, approccio, metodologie.

L’approccio di Io Non Rischio è quello della sensibilizzazione attraverso il dialogo diretto tra volontario, che vive e opera in quel preciso contesto locale, e cittadino. Il volontario, opportunamente formato, incontra e parla con i propri concittadini dei rischi che caratterizzano quel territorio e di tutto quello che si può fare prima per ridurre il rischio e quali sono i comportamenti da seguire durante e dopo il terremoto. La formazione dei volontari si svolge con un processo a cascata: i promotori della campagna hanno selezionato e formato un nutrito staff di volontari-formatori, che poi hanno realizzato sul territorio un processo di formazione di volontari-comunicatori delle associazioni partecipanti alla campagna. Nelle piazze il contatto diretto tra persone serve a costruire un rapporto di fiducia tra chi fornisce informazioni e chi le riceve, così che il messaggio risulti più efficace; la distribuzione del materiale informativo consente ai cittadini di leggere con calma e prepararsi in questo modo. Il discorso della prevenzione, di quello che si può fare prima (anche molto prima) per ridurre il rischio è parte basilare del messaggio di Io Non Rischio.

L’approccio di Shake Out è quello di veicolare un messaggio più semplice: quando avverti un terremoto devi seguire le istruzioni riassunte nello slogan Drop, Cover, Hold On. Buttati a terra, rifugiati sotto un tavolo e tieniti. L’iniziativa prevede che ad un’ora prefissata di quel giorno tutti i partecipanti simulino che stia avvenendo un terremoto e devono mettersi al sicuro nel luogo in cui si trovano (a scuola, in ufficio, in casa). In questo modo si immagina che, in caso di terremoto reale, questa diventi una reazione automatica per chiunque sia stato così preparato. Non si parla di prevenzione (di cosa fare prima per ridurre la vulnerabilità del costruito, ad esempio, o della pianificazione di emergenza) né di cosa fare dopo il terremoto.

Entrambi gli approcci hanno pro e contro. Shake Out ha le tipiche caratteristiche di un flash mob: è un evento che ha obiettivi semplici e chiari (acquisire modalità standard di comportamento in emergenza), che può mobilitare numeri molto alti di persone (attraverso web, scuole, aziende, uffici pubblici) per compiere azioni semplici, che non richiedono altro che la disponibilità di un paio di minuti. Sul semplice aspetto della diffusione dell’iniziativa c’è da chiedersi: che probabilità ha Shake Out di raggiungere certe fasce di popolazione, ad esempio le persone anziane?

Ovviamente non è immaginabile che una iniziativa tanto complessa come Io Non Rischio possa raggiungere in breve tempo gli stessi numeri di Shake Out. Del resto ha ambizioni molto diverse, non ha come obiettivo primario quello di preparare le persone ad adottare un comportamento corretto in emergenza (obiettivo importante), quanto di modificare l’atteggiamento delle singole persone e delle comunità nei confronti del rischio e attivarle verso la sua riduzione: un obiettivo di cambiamento sociale che può avvenire davvero solo con il tempo.

Alcune ragioni di fondo rendono Shake Out una alternativa poco credibile in Italia rispetto all’approccio di Io Non Rischio. La prima è evidente a tutti: l’Italia è un paese con un patrimonio edilizio vecchio e comunque in generale vulnerabile (spesso molto vulnerabile). Siamo sicuri che mettersi sotto un tavolo sia ‘sempre’ il comportamento giusto in caso di terremoto? Ovvio che no, soprattutto, per fare un esempio, in un edificio in pietra di un centro storico dell’Appennino centro-meridionale o della Calabria. In un contesto tanto complesso e variegato come il nostro, non sono proponibili regole tanto semplificate. Ma soprattutto: è possibile affrontare il rischio terremoto senza mettere in primo piano il tema della prevenzione, della riduzione della vulnerabilità del costruito (oltre che della vulnerabilità sociale), tema urgente e che richiede tempi lunghi e investimenti per ridurre davvero il rischio sismico?

Chiaramente sono domande retoriche. Manifestazioni come Shake Out possono essere utili per ricordare alle persone che esiste un problema, così come lo sono, su un piano diverso, le esercitazioni obbligatorie che si fanno nelle scuole, che andrebbero fatte con impegno e attenzione. Ma il problema più grande che abbiamo nel nostro Paese è quello di recuperare un enorme deficit di protezione sismica [ne parleremo prossimamente in questo blog], questione che è nella responsabilità di tutti, singoli cittadini e comunità.

(ringrazio per il proficuo scambio di opinioni l’amico e collega Romano Camassi)

(L’immagine iniziale è tratta dalla pagina Facebook Io Non Rischio – Cagliari)

@CarloMeletti

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